Una riflessione augurale del nostro direttore per il Natale 2018 ed il nuovo anno

Buon Natale e buon anno.

Quante volte lo diciamo in questi giorni e naturalmente io lo dico ad ognuno di voi, cari lettori.

Mi chiedo però cosa significhi veramente questo augurio. In che modo, ad esempio, il Natale può essere buono per ciascuno di noi? Cosa ha di buono da portare? Potremmo rispondere un po’ le solite cose, tutte corrette sia chiaro, pace, salute, serenità, fratellanza e, naturalmente, la presenza di Gesù.

Già dire accoglienza, in questa occasione, è un po’ pericoloso e forse anche “politically scorrect”. Accoglienza, ma di chi? Non di certo di chi è un migrante, di chi ha un telefonino, di chi ha una giacca per coprirsi o un paio di scarpe ai piedi per non bagnarsi. Ulteriormente è meglio tacere su chi fa accoglienza, di chi si occupa del “business dell’ immigrazione”, come noi di Caritas ad esempio e come altre centinaia di Caritas italiane. No, non è accoglienza affatto. E’ tutto “grasso che cola”, una “pacchia”, troppi soldi che girano. E poi questi accolti sono tutti musulmani, a loro della nostra qultura (con la q naturalmente…) non gliene può importare di meno. Non abbiamo neppure tentato di convertirli. No, e allora di che Buon Natale stiamo parlando?

Di questi tempi, è molto meglio affermare che il “buon Natale” innanzitutto deve essere per gli italiani. Intendo italiani veri, di provata fede italica, sposati con figli, paganti le tasse, imu, tari, ecc., eventualmente disoccupati ma solo a causa del datore di lavoro che non ha pietà nemmeno verso i suoi connazionali. I veri italiani intendo, quelli che non sporcano, non rubano, pagano tutte le tasse, non creano problemi di ordine pubblico, sono silenziosi, casti, puliti e soprattutto non portano malattie! Frequentano regolarmente le scuole, sono attaccati al loro posto di lavoro e amano la pastasciutta rigettando in qualsiasi modo questi cibi etnici che chissà da dove vengono, con che cosa sono fatti e soprattutto che nei condomìni emanano un perfido odore di spezie. Resta inteso che, soprattutto qui a Trieste, sono ovviamente sdoganati porcina, kren, jota, minestre varie, gulasch, palacinke, cevapcici, tutte cose sane – della nostra gente prima absburgica, ora italica – e che naturalmente non producono cattivi odori. Anzi, sono aromatiche.

Bene, adesso veramente, basta. Non ne possiamo più.

Chi vi scrive, don Alessandro, è costretto ogni giorno a sentire – ed ingoiare – tutto quello di cui avete letto sopra. Più molto altro. Sono certo, però, di non essere il solo.

Non mi piace il vittimismo, al quale non voglio cedere, ma mi chiedo davvero il senso di tante luci, tanti cori natalizi, tante manifestazioni di auguri, tanti walzer (attenzione, questo ballo non è di origine italiana…) quando la nostra vita è immersa in un modo di pensare, di vivere e purtroppo di attuare leggi e regolamenti che alle volte sono esattamente contrari, avulsi, da tutto ciò che il Natale cristiano comporta.

Voglio essere chiaro, non è un discorso da preti, ma da esseri umani.

Come possiamo vantarci di vivere in una città – ma non è solo la città sia ben inteso, ma ormai una gran parte del nostro Paese e dell’ Europa intera – dove, ad esempio, abbiamo vissuto episodi nei quali sono stati gettati nella spazzatura i giacigli sui quali la gente – purtroppo – dormiva all’aperto? O ancora, dove sono state filmate ed esposte al pubblico le pustole derivanti dalla scarsa igiene, sul braccio di una ragazzina? Oppure dove è stata raccolta e poi sbandierata la miseria di un uomo ammalato che dorme per strada? Certamente non rappresentano lo “stile” della città, sono solo episodi, però…

Io credo che chiunque volesse – malauguratamente – usare i poveri (si, avete letto bene, ho scritto la parola “usare”…) per “arricchirsi davanti a questo mondo”, almeno dovrebbe agire con un po’ di astuzia: magari registrare le azioni di soccorso, riprendere con qualche supporto mediatico quando queste persone vengono accolte, curate, portate via dalla strada e messe in un luogo sicuro, caldo, accogliente. Ed eventualmente vantare supposti meriti, che ovviamente non ha. Tutto questo però non accade mai. Perché coloro che compiono questi gesti plateali e miseri – assieme a tutti quelli che sostengono questa linea di azione –  si trovano esattamente dalla parte opposta di Gesù che viene nel mondo. Cioè, non mostrano a Lui il proprio volto ma presentano la propria schiena. Eppure, Gesù, viene davvero per tutti, anche per loro. Perché rifiutarsi di accoglierlo?

Vedete, cari amici, la forza e la grandezza che ci vengono insegnate da Cristo, e che quindi sono alla base del Natale, non stanno nel rifiuto ma nell’accoglienza. Non stanno nel dileggio degli altri ma nella comprensione e nel confronto. Non stanno nelle divisioni, ma nelle inclusioni delle diversità. Lo ripeto: stanno nell’accoglienza, che piaccia oppure no. Leggiamoci il Vangelo di Matteo al capitolo 25. Ci aiuterà a comprendere meglio.

In fondo in fondo è un po’ come questa grande difesa del presepe, molto di moda per accaparrarsi qualche consenso. Mi chiedo: ma a noi cristiani interessa veramente che il presepe, per non parlare del Vangelo o del rosario, siano difesi con le ruspe? Ha davvero senso che chi, con la proposta di cancellazione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie sta cercando di mettere in strada migliaia di famiglie che si erano sistemate con lavori onesti, case in affitto con contratti regolari, frequentazione scolastica dei propri figli, insomma una vita tranquilla nella totale legalità, oggi venga a parlarci della necessità della difesa dei valori che sono incarnati nella Santa Famiglia e nel Natale?

Carissimi amici miei.

Noi qui alla Caritas di Trieste, come peraltro in tutte le Caritas del mondo, sperimentiamo ogni giorno cosa significhi vivere in un mondo che di cristiano ormai ha ben poco. Molte volte rimaniamo sopraffatti, per non dire sconfitti, dalle ingiustizie sociali, dalle miserie umane ma soprattutto da una direzione presa da organi di governo che si dirigono sempre di più verso il caos piuttosto che verso la pace e la serenità e che troppo spesso sono fondamentalmente contrari alle parole di Gesù Cristo.

Nella nostra città credo ci sia una boccata d’ossigeno, anzi ne sono certo. Grazie alle sinergie saldamente attuate già da molto tempo con la Prefettura, con il Comune attraverso i suoi assessorati, con l’ Azienda Sanitaria ed altri enti sul territorio riusciamo ancora a far fronte alle tante situazioni di povertà che appaiono alle nostre porte e nella nostra quotidianità. Questo è il momento di dire grazie a tutti, in particolare alla Fondazione CRTrieste, per aver sempre creduto in noi, nel nostro modo di operare e nella qualità del nostro lavoro. Grazie a tutti gli imprenditori che ci appoggiano, penso alla Illycaffè, alla Tripmare, ad Eataly ed a molti altri senza voler tralasciare nessuno. Un grazie particolare va a tutti nostri volontari e a tutte quelle persone che nel silenzio della quotidianità offrono il loro aiuto, il loro contributo e condividono il loro tempo.

Un segno estremamente positivo, ancora, è il sorgere nel territorio tergestino di molte associazioni che a vari livelli aiutano famiglie, singoli, persone in difficoltà. Non importa l’origine di queste associazioni, il colore, l’appartenenza. Tutto concorre al bene e soprattutto ogni goccia di amore, di carità, di bontà riempie il grande mare dell’ ignoranza e della povertà che oggi sembrano devastare il vivere comune e il tessuto sociale.

Buon Natale, quando sappiamo unire le nostre forze. Buon Natale quando guardiamo al bene degli altri offrendo quel poco che abbiamo acciocché le sofferenze dei nostri fratelli più piccoli possano essere lenite in qualche modo. Buon Natale quando non spargiamo odio, finte paure, non alziamo polveroni politici e mediatici che servono soltanto a pochi per pescare nel torbido di paure e frustrazioni. Amici, fratelli, cambiate strada: non è così che si costruisce la società civile e politica.

Oggi molti sono i nostri progetti già attuati, e molte sono le nostre idee che stiamo concretizzando per il futuro. Cercheremo di metterle in pratica sempre con lo stile della discrezione, del rispetto, della carità attenta e operosa, secondo lo stile Caritas: vedere, valutare, agire. Il discernimento ci viene dal Vangelo letto e messo in pratica attraverso la mediazione della Chiesa, una e santa.

Ed è proprio questo l’augurio per ciascuno di voi.

Saper discernere, leggere tra le righe della storia, degli avvenimenti. Saper guardare avanti anche quando le cose sembrano prendere una piega sbagliata. E soprattutto conoscere, assaporare e lasciarsi amare dall’unica Verità possibile. Gesù Cristo nato, morto e risorto per ciascuno di noi. Anche per coloro – e oggi non sono così pochi –  che lo amano talmente tanto da volerlo tutto e solo per se. Ma così… non vale! Buon Natale.

sac. Alessandro Amodeo, direttore Caritas

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